Sr. Angela Vallese

«Corriamo con perseveranza,
tenendo fisso lo sguardo su Gesù»
Sr. Maike Loes

Sr. Angela Vallese ci parla ancora oggi. Ascoltiamola attraverso alcuni frammenti delle sue lettere, scritte da quella lontana, fredda e imprevedibile terra, la Patagonia, diventata per sempre la sua "benedetta" patria del cuore.

Sr. Angela Vallese è una donna molto semplice, di una semplicità saggia e tanto concreta. Ha vissuto quale missionaria ad gentes in un ambiente che offriva più spine che rose. Scrive quello che porta dentro e lascia intravedere nelle sue parole un cuore in continua tensione verso l’Amore, la ricerca della perfezione, la meta desiderata.
Ama la sua vocazione, è una FMA felice. «Sono sempre più contenta, un giorno più che l’altro, di essermi fatta Suora di Maria Ausiliatrice, e tanto più che mi è toccata la sorte di essere venuta in America!». «Vi dico schietto che non cambierei la mia sorte neppure colla Regina più fortuna[ta] del mondo». Per sr. Angela, la vocazione è un dono innegoziabile, è sempre iniziativa di Dio: «La vocazione religiosa non è cosa di negozio, ma di volontà di Dio». Manifesta un chiaro desiderio di esserne fedele: «E tu prega per me, affinché possa così corrispondere alla mia vocazione non solo di Suora, ma anche di Missionaria».
Sr. Angela definisce la vocazione alla vita consacrata come una vocazione santa, che richiede coerenza di vita: «affinché ciò che dico agli altri lo faccia io per la prima e possa così corrispondere alla mia vocazione». Per lei, i voti «sono una grazia del Signore». Niente da meritarsi, tutto da ricevere con cuore riconoscente. Dio è il padrone della storia, e di questo ne ha piena coscienza. «Tutto viene dalle mani di Dio, il Quale permette tutto pel nostro bene, così che diciamo sempre, nelle gioie e nelle amarezze, “Dio sia benedetto!”».
Nel suo percorso missionario ha vivo il senso della brevità della vita: tutto è effimero e transitorio, per cui «facciamoci coraggio, pensiamo che la vita è breve». «In questo mondo tutto passa, la vita è solo un punto. Quello che deve essere l’oggetto delle nostre sollecitudini è l’Eternità». «Questo mondo non è il luogo di stare, ma di passaggio».
Sr. Angela ha i piedi e le mani in terra, è tutta dentro la realtà missionaria, vive veramente inculturata, intanto il cuore è sempre rivolto al Cielo.«Non dobbiamo attaccare qui il cuore nostro, ma innalzare le nostre mire in alto, su in Cielo e le cose di questa terra considerarle come cose passeggere e transitorie e perciò non atta[cca]re il cuore a nulla di quaggiù. Il cuore nostro è fatto per Dio e solo in Lui troverà riposo». Lei sapeva molto bene in chi aveva posto la sua fiducia. «Ci anima la speranza che Gesù è l’unico che non ci lascia mai, e che non se ne va mai da questa casa».
Si è totalmente identificata con la Patagonia come se fosse la sua terra nativa. «Alle volte mi domandano come sto di salute ed io rispondo che sono tutta di Puntarenas». In Angela, abitava un cuore universale: «Sono qui in America, ma col pensiero qualche volta veniamo in Italia, ma noi non siamo né d’America né d’Italia, la nostra casa si trova dappertutto».
Per lei, il cielo è il premio, «dove non ci separeremo mai più», però vive pienamente immersa nel quotidiano, riesce a fare della terra un’anticipazione del cielo, perché cerca il bene di coloro che le sono stati affidati. I suoi occhi mai si posano su se stessa, ma vivono la dinamica dell’andare incontro agli altri, soprattutto ai più bisognosi, ai suoi “probecitos”.
Non ha paura di riconoscersi umana, e molto umana. «Non siamo angeli, e sebbene abbiamo fatto promesse, cadremo lo stesso. L’importante è rialzarsi e incominciare di nuovo come al principio». Sa i propri limiti, per cui «andiamo avanti lavorando e con buona volontà, facendo un poco di bene a queste fanciulle. Ma con tutto ciò non mancano le cadute; la debole natura non sempre vince e qualche volta cede». Chiede spesso di pregare per lei, cosa che oggi sarebbe un invito rivolto a noi: pregare più intensamente le une per le altre. «Io prego tutti i giorni per voi e per ciascuna in particolare. Oh, sì preghiamo affinché possiamo farci sante». Parla con insistenza del Paradiso e vive protesa ad esso, senza rifiutare la croce, anzi “le croci”. Per lei, la croce è sempre redentrice perché il Signore «ci ha creati, per conoscerlo, servirlo, amarlo e poi goderlo per tutta l’eternità». La croce, uno deve portarsela con serenità, con pazienza. «Vorrei dirvi tante belle cose per animarvi a portare con pazienza la croce dei vostri travagli e sofferenze. Sì […] soffrite con pazienza le miserie della vita». «Ricordiamoci che il Paradiso bisogna guadagnarlo e il mezzo più bello si è di sopportare tutto con pazienza, le nostre croci, pensando che tutto ciò che succede in questo mondo, tutto lo permette Dio per il nostro bene».
L’amore di sr. Angela verso le sorelle e i suoi “indii” trova la sua sorgente nell’amore di Gesù. Invita ad amarlo e amarlo anche al posto suo, non perché non abbia tempo di farlo, ma perché è immenso il suo desiderio dell’Infinito. «Ama Gesù, amalo anche per me». «Ama dunque e ama molto Gesù, l’amore è forte come la morte; l’amore tutto vince, tutto può, amalo un poco anche per me affinché mentre te lo dico non rimanga io indietro».
Come Don bosco, il cuore di questa missionaria è strapieno del da mihi animas cetera tolle: «La nostra Missione va crescendo e il buon Dio dopo le prove ci manderà certamente le consolazioni, cioè la grazia di poter salvare molte anime, anzi, tutte le anime di questi tre paesi». «Abbiamo molta cura delle bambine e molta assistenza; bisogna sacrificare qualunque cosa perché l’assistenza sia ben fatta».
Vive con rassegnazione la volontà di Dio, non per incapacità di protagonismo, ma come un atto di fede. «Vedi come prova Iddio i suoi servi, dopo la grande allegria viene l’amarezza. Sia fatta, lodata, in eterno esaltata la santa Volontà di Dio».
Per sr. Angela, la vita di preghiera unita a mani intraprendenti sono il segreto di una consacrazione felice. «Sono contenta che […] tutte lavorino con buona volontà, e che non manchi il lavoro. Oh, rallegriamoci mentre abbiamo lavoro, perché è una delle eredità lasciataci da Don Bosco, il nostro venerato Fondatore! È da desiderare che si unisca al lavoro la preghiera ben fatta, cioè la Meditazione e le altre opere di pietà. Con questo raggiungiamo la bella virtù della Carità, tanto desiderata nelle nostre case». E, per lei, sono i sacramenti che ci danno «più forza per vincere le difficoltà».
Lo spirito di Mornese trapiantato in America da sr. Angela Vallese e delle prime missionarie è ancora oggi il faro di ogni nostra comunità. «La Santa Allegria e la Carità che regna nella casa ci fa godere di un Paradiso anticipato». «Nella vita Religiosa il molto lavoro reca allegria e tranquillità; dunque avanti e sempre avanti». «Sii umile, obbediente, rispettosa ed abbi confidenza coi tuoi superiori». «Soffro che in casa sia entrata la superbia: e pensare che madre Mazzarello era tanto umile! Perché non la imitiamo?… procuri di essere umile; e vedrà che andrà molto bene».
Una FMA che tiene fisso lo sguardo su Gesù è capace di superare “generosamente ogni risentimento e suscettibilità” (C53), pur di costruire e ricostruire la fraternità. «Trangugi amaro e sputi dolce e vedrà che la casa camminerà meglio con più unione e carità». Già lo aveva detto San Francesco di Sales: «Siate sempre più dolci che potete, e ricordatevi che si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile d'aceto».
Sr. Angela Vallese, donna semplice, saggia, concreta, donna dell’essenziale! «Facciamoci sante, e cerchiamo di essere vere Figlie di Maria Ausiliatrice».


Cfr. VALLESE Angela fma. Là non ci separeremo mai più. Lettere della prima FMA missionaria pioniera nella Patagonia e nella Terra del Fuoco. Introduzione e note a cura di Maria Vanda Penna fma. Roma, Istituto FMA 2014.


«Quando sono debole, allora sono forte!»
Sr. Maike Loes

Nel nuovo mondo dove la missione le chiedeva di imparare lingue nuove, confrontandosi con mondi e culture sconosciuti, anche di fronte alle più amare difficoltà, Sr. Angela Vallese non si scomponeva, riusciva ad essere sempre se stessa, nella incrollabile certezza di essere sostenuta dall’amore del Padre e di amare Lui più di ogni altra cosa al mondo. Questa era la sorgente della “resilienza” di Sr. Angela Vallese. E di tutte le missionarie della prima ora!

Oggi, spesso sentiamo la parola “resilienza”, oppure la troviamo scritta da qualche parte, e la capiamo benissimo anche se non sappiamo spiegarla a parole.
“Resilienza” è la capacità di resistere e di reagire di fronte alle difficoltà, agli eventi negativi e dolorosi; è saper affrontare le crisi, i traumi, il distacco, le grandi avversità, trasformazioni, rotture e sfide, rielaborando interiormente le situazioni. Una persona resiliente è quella che, dopo aver affrontato una difficoltà, riesce a fare esattamente come prima senza perdere il suo focus.
Essere resiliente non equivale a essere resistente. La persona resiliente, oltre a sopportare il peso di una situazione, resiste alle fatiche e impara a vivere la vita pienamente.
“Resilienza” è contare su grandi risorse interiori, è reagire positivamente di fronte alle contrarietà e agli apparenti fallimenti. La “resilienza” si costruisce lungo la vita ed è dinamica! Quando la situazione si fa dura, la persona resiliente sa sempre ricominciare.
Viktor E. Frankl (1905 – 1997), sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz, ha fatto della sua esperienza un’ispirazione per lo studio della “resilienza”. Secondo lui, “anche nelle situazioni più assurde, dolorose e disumane, la vita ha un potenziale significato, e quindi, anche la sofferenza ha un senso!”
Nelle nostre Costituzioni non si trova la parola “resilienza”, parlano piuttosto di sacrificio, di ascesi, di un tenore di vita sobrio e austero, di uno spirito di famiglia che porta a preferire il bene delle consorelle piuttosto che il proprio, che fa scegliere per sé la parte più faticosa. Parlano del mistero della croce.
Nelle Costituzioni del 1885, quelle che sr. Angela Vallese ha professato, D. Bosco afferma che la FMA deve essere disposta a «soffrire caldo, freddo, sete, fame, fatiche e disprezzi», ossia deve essere «pronta a sacrificare ogni cosa pur di cooperare con Cristo alla salvezza della gioventù» (C 22).
Sr. Angela Vallese non ha conosciuto la parola “resilienza”, non l’ha studiata, ma l’ha vissuta in un quotidiano impregnato di amore di Dio e di Vangelo, in un quotidiano fatto donazione generosa, senza misure, alle consorelle e alla gente. La “resilienza” la portava a vedere in tutto la presenza di Dio, per cui era impossibile non amarlo nella concretezza dei giorni, anche quando mancava tutto - incluso l’essenziale per vivere - perché non mancava la certezza che la Patagonia e la Terra del Fuoco erano la “terra promessa ai nostri padri”. Lì, la natura e gli avvenimenti si facevano maestri di vita: una terra arida che non permetteva di seminare, che non regalava una stagione favorevole. Lì, non si attendeva altro che il vento (che raggiungeva non di rado i centoventi chilometri l’ora), il freddo, la povertà e… tutte le sue conseguenze! In una terra così lontana da tutto… al punto di essere forse lontana anche da se stessa, ci voleva non soltanto tanta pazienza, ma tutta la pazienza del mondo, perché la vita si svegliasse, i germogli si sviluppassero, i rami crescessero, i fiori si trasformassero in frutto, e alla fine … la raccolta. Una storia di santità missionaria!

In ogni stagione della vita … “resilienza”.

La povertà provata da piccola, aiuterà Angela a capire i bisogni altrui e a superare ogni prova. Infatti, molte volte aveva chiesto aiuto alle famiglie più ricche di Lu, perché i soldi che guadagnava come sartina non erano sufficienti a contribuire al magro bilancio di casa.
Quando decide di entrare nell’Istituto, lascia Lu Monferrato e s’incammina verso Borgo San Martino. Di lì, accompagnata da Sr. Felicina Mazzarello, prende il treno fino a Serravalle. Questo sarà il primo viaggio della sua vita. Poi, dalla Stazione fino a Gavi si muovono in diligenza. Da Gavi, proseguono a piedi fino a Mornese.
Alla partenza per l’America il distacco dalla patria, dalla famiglia, da Don Bosco e Madre Mazzarello... come ha fatto Angela a superarlo?
Durante il viaggio, non solo sr. Angela, ma tutte le “inesperte naviganti” soffrono il mal di mare. Don Costamagna, responsabile della spedizione, è sempre pronto a dare coraggio e fiducia alle missionarie. Ma è la “resilienza” di sr. Angela che la manterrà in piedi per confortare le consorelle e vivere sul «Savoia» il ritmo di lavoro e di preghiera che avevano a Mornese, dedicando una particolare cura agli altri passeggeri, della prima e ultima classe, senza differenze.
Tra una tempesta e una bonaccia, sr. Angela non tralascia i suoi compiti preferiti e appena ha un momento libero si dà da fare per lavare e stirare la biancheria delle consorelle. Cerca di rendersi utile in qualunque circostanza, senza mai perdersi d’animo. È la sua “resilienza” che fa superare ogni sconforto e anche le sorprese ...
Prima di arrivare alla meta del viaggio, Montevideo – Uruguay, le nostre missionarie devono sostare in “quarantena” nell’Isola di Flores, perché, in precedenza, avevano fatto scalo a Rio de Janeiro dove impazzava la febbre gialla. Giunte poi a destinazione, vengono ospitate dalle suore della Visitazione, dove vi rimangono un mese, in attesa che la costruzione della loro casa volga al termine. Le missionarie hanno fretta di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare… Ci vuole “resilienza” per aspettare il tempo di Dio! E mentre lo aspetta, Sr. Angela lavora giorno e notte tra bucati e ferri da stiro, riservando per la sera i lavori di cucito, al lume di candela. Non si lamenta mai, sembra quasi essersi dimenticata di se stessa.
Nelle sue lettere ripeterà molte volte l’esortazione al coraggio, come riflesso del suo duro quotidiano confrontarsi con situazioni difficili e di grande responsabilità. Scrivendo alla famiglia, Sr. Angela osserva che per conquistare il Paradiso «… il mezzo più bello è sopportare le nostre croci con pazienza, pensando che tutto quello che succede in questo mondo, tutto lo permette Dio per il nostro bene.»
Nei molteplici viaggi per raggiungere le sorelle e fondare nuove presenze nella Patagonia e nella Terra del Fuoco, il mare sempre l’ha maltrattata, al punto da non riuscire quasi a parlare all’arrivo, pur facendo del suo meglio perché gli altri non dovessero preoccuparsi per lei. Le sue compagne raccontavano di averla vista attraversare le tempeste più furiose, pallida in viso, senza la forza di reggersi in piedi. Comunque, resisteva a tutto senza lamentarsi.
Anche le epidemie letali agli indigeni stessi hanno segnato la vita di sr. Angela. Lei e le consorelle ben presto hanno dovuto abituarsi a seppellire coloro che erano la ragione della loro vocazione missionaria ad gentes. Verso la fine del 1881, una violenta epidemia di tifo ha impegnato le suore in prima linea nell’assistenza ai malati e ai moribondi. Anche una di loro si è ammalata e sr. Angela stessa è stata costretta a letto per attacchi di febbre altissima. Non si è posto nemmeno il problema di chi potesse curare lei. Appena in grado di reggersi in piedi, correva a curare gli altri ammalati, ad assistere le sorelle e a fare i lavori di casa.
Nel 1896, la missione della Candelaria (Cabo de Peñas), costruita con tanta fatica e sacrificio, veniva distrutta da un incendio. Chi vuole sopravvivere, deve subito cominciare a ricostruire quello che è stato distrutto. E così si ricomincia da capo! La cronaca ci racconta: “E ora eccoci di nuovo nel deserto, senza mezzi di sussistenza, circondati da una turba di indigeni affamati che ci chiedono pane e vestiti, pane materiale e pane spirituale e noi siamo nell’impossibilità di esaurirli … e se la Provvidenza non verrà in nostro aiuto quest’inverno moriremo tutti di fame e di freddo”.
Dopo l’incendio, alla richiesta se desiderano tornare a Punta Arenas, le suore rispondono: “No, se Dio lo vuole siamo disposte a soffrire qualunque disagio piuttosto che abbandonare il nostro posto”. E così si adattano a dormire per terra in due piccole stanze mezze bruciate e senza tetto, risparmiate dall’incendio.
Passato l’autunno, arriva l’inverno. Le sorelle dormono sotto una lamiera ridotta in modo tale da poter guardare le stelle e con una temperatura tra i dieci e i quindici gradi sotto zero. Spesso di mattino trovavano sulla loro coperta un sottile strato di ghiaccio. Sr. Angela, conoscendo la situazione, da Punta Arenas scrive una lettera alle sorelle: “Coraggio e fiducia! Il Signore non ci abbandona mai… Maria Ausiliatrice è la nostra mamma, raddoppiamo la confidenza in Lei, chissà quanti miracoli di grazia ne trarrà, se sapremo essere rassegnate, pazienti, generose”. “Se sapremo essere resilienti”, direbbe oggi.
Il lavoro non è mai mancato né per sr. Angela né per le altre missionarie. In qualunque circostanza vediamo Sr. Angela prodigarsi senza riservare un momento a se stessa, sempre pronta ad aiutare. Dovunque si trova è un segno di forza e dolcezza per tutti. Viene spontaneo domandarsi dove prende tanta energia fisica, del tutto insospettabile in una donna fragile come lei. Tutta la sua forza è nel cuore, in «un’anima sempre impegnata ad andare incontro a Dio, senza mai dire di no, senza mai interrompere il filo del lavoro da portare avanti. Si ferma solo per restare inginocchiata nella cappellina a pregare per ore. La contemplazione del Mistero la rende capace di aderire alle sofferenze e ai bisogni dell’umanità dimenticando letteralmente se stessa.»
Tutti gli spostamenti di sr. Angela dentro la Patagonia e la Terra del Fuoco sono segni di dinamismo missionario, oltre che di coraggio e “resilienza”, soprattutto se pensiamo alle grandi distanze, alla difficoltà dei viaggi e alla precarietà dei mezzi di trasporto.
Sr. Angela, quando va in visita alle sorelle nell’Isola Dawson, si commuove nel vedere la loro fatica, e cerca di sollevarle in tutti i modi dai lavori più duri. Per ore si dedica pazientemente alla pulizia delle indie, aiutandole a lavarsi e ad eliminare i parassiti tra i capelli. La sua “resilienza” le fa vincere il disgusto che naturalmente ognuno può provare nel compiere simili operazioni.
«In una delle traversate dello Stretto di Magellano verso l’Isola Dawson, all’improvviso si alza un forte vento misto a pioggia che gonfia in un attimo le onde. Tutti i passeggeri del battello si spaventano, gridano e cercano di aggrapparsi alle panche di legno che vi si trovano. Solo sr. Angela Vallese, proprio lei che soffre il mal di mare, resta in piedi per ore ed ore, incollata alla parete per non perdere l’equilibrio tra i continui scossoni delle onde. Rimane così anche durante la notte, passata in una piccola baia presso Porvenir, dove, prudentemente, il capitano della nave aveva trovato temporaneo rifugio».
All’arrivo, nonostante sia visibile la stanchezza di un giorno e una notte di tormenti senza riposo, Sr. Angela ricambia affettuosamente la calorosa accoglienza delle consorelle. Sorride, saluta, chiede a ognuna qualcosa, si sofferma tra le donne indigene ad ascoltarle… e alla sera è capace di coricarsi per terra per non rubare il letto a un’altra. La sua “resilienza” e il suo spirito di abnegazione non hanno altra spiegazione possibile se non nell’incredibile passione missionaria, unica vera ragione della sua vita.
Negli ultimi anni di vita, sr. Angela è ridotta a un mucchietto di pelle e ossa. Spesso la vicaria, sr. Bertilla Bruno, la trova seduta sul letto durante la notte, col fazzoletto alla bocca per soffocare il fiotto di sangue di un’improvvisa emorragia. Eppure continua ad offrirsi a fare lavori faticosi, come stendere il bucato sollevando, a fatica, quelle pesanti lenzuola bagnate e gelide.
La sua forza fisica diminuisce ma cresce la forza della sua preghiera. Il mattino è sempre la prima in cappella, quasi a svegliare l’alba del giorno. “Desidero essere la prima a salutare il Signore che è rimasto solo tutta la notte”. Ormai anche per inghiottire l’ostia consacrata ha bisogno di un sorso d’acqua. Magra com’era, nessuno avrebbe potuto sospettare in quella piccola piemontese una fibra così forte e resistente, così “resiliente”!
Nell’ottobre 1913, da Nizza Monferrato dove è rimasta dopo il Capitolo Generale VII per un po’ di cura e riposo, scrive a Mons. Fagnano chiedendo di pregare per lei perché “sia preparata a fare quel sacrificio che Dio mi chiede per mezzo dei miei superiori (mi sembra che non tornerò più a Punta Arenas, detto inter nos)”. Non tornare dai suoi fueghini le è costata tanta “resilienza”. Si spegnerà un anno dopo, il 17 agosto 1914, come una candela consumata fino allo stoppino. Donna forte, donna “resiliente”, missionaria, così come dev’essere la missionaria oggi.

Angela, la «Madre buona»
 Sr. Maike Loes 

Lasciata definitivamente l’Isola di Dawson, i missionari, le missionarie e un gruppetto di indigeni arrivano a Punta Arenas per poi ripartire per la missione della Candelaria. Al porto li aspetta sr. Angela Vallese. Al momento dello sbarco gli indigeni, timidi, imbarazzati, smarriti, ripetono sommessamente?: “Madre buona... Madre buona!...”. Sr. Angela li chiama per nome ad uno ad uno, e ad ognuno rivolge una parola materna.

Il Vangelo di Marco racconta che, mentre «Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?"» (Mc 10, 17)
La domanda rivolta a Gesù viene fatta da una persona che Lo riconosce non soltanto come Maestro, ma come un Maestro buono.
Ricercando sul dizionario il significato della parola buono, troviamo alcune espressioni molto interessanti, ad esempio: «che tende al bene, conforme al bene; che ha cuore, che ha un bel carattere; mansueto, bonario: un uomo buono, che dedica il suo tempo al prossimo; buono come il pane, buonissimo; benevolo, affettuoso; gentile, cortese, generoso».
Nel Sistema preventivo, la bontà, l’essere buono, è un elemento essenziale; è un modo di essere che distingue un educatore salesiano da tutti gli altri. È la bontà che conquista e trasforma, avvicina e comprende, ama ed educa. Dietro alla bontà, all’essere buono, si nascondono il bene, il vero, il bello!
Sr. Angela Vallese, missionaria della Prima Spedizione nella Patagonia e nella Terra del Fuoco, veniva chiamata dalla gente, soprattutto dalle bambine e donne con cui era a contatto, “la Madre buona”. La gente la riconosceva non soltanto come “Madre”, ma una “Madre buona”. In questa missionaria della prima ora, Angela Vallese, e dietro di lei, si trova il bene, il vero, il bello secondo il Vangelo. Si trova una Madre dal cuore grande, dallo sguardo attento e dalle mani intraprendenti.
Non esiste un solo giorno della sua vita, in quella parte del mondo “alla fine del mondo”, che non ci parli di una “Madre buona”.
La bontà unita alla maternità è la fotografia della FMA che meglio rispecchia la fedeltà a Don Bosco e Madre Mazzarello, in ogni tempo e luogo.
Leggendo la biografia di sr. Angela Vallese scopriamo in lei una missionaria «severa con se stessa nel suo essere sempre a servizio, e dolce e comprensiva con gli altri nel capire, addirittura nel prevenire, i loro bisogni e nel donare affetto e speranza.»
All’inizio della missione, quando ancora non era possibile comunicare con parole, sr. Angela parlava con la dolcezza del suo sorriso, la tenerezza nell’occuparsi dei bambini, ispirando confidenza alle mamme.
Ogni lunedì era sempre la prima in lavanderia, e nelle case dove non c’era... precedeva le sorelle al ruscello dove, nei lunghissimi mesi invernali, occorreva spezzare il ghiaccio e rimboccarsi le maniche con forza d’animo. Le mani di Angela si irrigidivano e il volto sbiancava per il freddo pampero. Cantare diventava difficile!
A sr. Josefa Picardo, arrivata in Patagonia appena sedicenne e non ancora abituata al clima freddo, un giorno sr. Angela Vallese chiese: “Dimmi, figlia mia, hai freddo, vero?” Sr. Angela le stringe le mani tra le sue e con il suo sguardo cerca di riscaldare il cuore della sorella. Di notte, quando tutto tace nella casa, tranne il vento, sr. Angela appoggia una coperta in più al letto di sr. Josefa. È proprio quella tolta dal suo letto.
Non soltanto con le sorelle, ma anche con gli indigeni, le sue mani esprimeranno sempre la sua materna bontà. Sceglie per sé i lavori più pesanti e difficili: prepara da mangiare, cuce vestiti e indumenti per i bambini e le donne, insegna loro a usare acqua e sapone, con pazienza e «per ore si dedica alla pulizia delle indie, aiutandole a lavarsi e ad eliminare i parassiti dai capelli. Il suo amore di madre va oltre il disgusto che istintivamente ognuno può provare nel compiere simili operazioni». Con affetto, accoglie tutti nonostante il mal odore e la loro sporcizia, perché si ungono con il grasso di balena per difendersi dal rigore del vento polare. Visita i loro toldi, dove i bambini non solo giocano con i cani, ma dividono anche con loro il cibo e il giaciglio.
Incontra le famiglie indigene, «si avvicina al loro dolore con affetto materno, ripetendo a voce bassa: “Pobrecitos, pobrecitos”, poveretti. Porta doni per tutti: coperte, vestiti, cibo, una testimonianza di affetto. Chiama ognuno col proprio nome, ad ognuno regala una carezza, una parola che avvicina, un segno che rimane vivo nel ricordo.»
Quando va a incontrare le sorelle, soprattutto nell’Isola di Dawson, sono le mani di Sr. Angela Vallese a caricarsi con materna sollecitudine di provviste d’ogni genere, perché conosce la povertà del posto e le molte difficoltà: un ferro da stiro, l’amido per il modestino, qualche pentola, sapone, aghi, ditali, stoffa, pettini..., tutto è per la gioia delle figlie lontane e sperdute in quella terra, sognata ed amata, ma sempre “alla fine del mondo”.
La “Madre buona” è una madre che sa vegliare... sia davanti al Tabernacolo, dove ricarica le forze e alimenta la santità del quotidiano, sia dietro il vetro di una finestra – a Punta Arenas - dove una piccola candela illumina l’oscurità dello Stretto di Magellano, come segno di una presenza per chi nella notte deve affrontare l’incertezza del mare. Così è sr. Angela Vallese! È tenera come una mamma.
In comunità, è capace di intuire ogni piccola o grande necessità. Quante volte rammenda di nascosto la biancheria delle Suore! E quando si accorge che qualcuna ha bisogno di ricucire l’abito – perché nessuna ne possedeva due – aspetta che la sorella vada a letto, poi «cauta e silenziosa glielo porta via». Lavora tutta la notte. Al mattino la suora, alzandosi, trova l’abito in ordine.
Quando qualcuna è ammalata, è Sr. Angela che si prende cura di lei giorno e notte. «Intuisce anche un semplice malessere, una fugace malinconia; persino dal modo di parlare, di guardare, di ridere capisce se le sue figlie hanno qualche pena. Si avvicina loro, con pronta carità e chiede sommessamente: “Cosa hai? Posso aiutarti? Sono qui per te... »
«E quante sollecitudini per conservare in casa l’armonia, per tenere allegre quelle sue figlie tanto sacrificate, tanto lontane da tutti; per preparare loro una gradita sorpresa, ricordare un caro anniversario, procurare il sollievo di una bella passeggiata.»

Che importa?
«... per sr. Angela Vallese i sacrifici non contano più, quando trionfa la grazia nelle anime!»
Che importa se a casa manca il necessario? Che importa consumare le mani a lavare, ad impastare il pane...? che importa se manca la legna e bisogna percorrere sei o sette chilometri, con qualunque tempo per cercarla? Che importa avere le mani gonfie dal freddo e dai geloni, dilaniate dalle spine, indurite dalla vanga con cui si rompe a fatica l’arido terreno...? «Tutto è nulla, purché Dio regni! Questo è lo stile di sr. Angela Vallese.»
“Madre buona”. “Madre de los Indios”. “Madre bianca”. Non importa  come la chiamano.

Per i suoi fueghini, sr. Angela Vallese fu veramente Madre. In lei hanno trovato il bene, il vero, il bello, secondo il Vangelo.

Incontrando le sorelle dell’Isola Grande, sr. Angela Vallese le incoraggia a temere non il ghiaccio australe, ma quello che impietrisce il cuore degli Indi Onas: «Ah, figlie mie, so bene che gli indi sono selvaggi, ripugnanti nel loro sudiciume e nella loro nudità, talora di istinti feroci e brutali, pronti alla violenza, ma, come dice Monsignore [Fagnano], cerchiamo anche noi di essere per loro babbo e mamma... Nessun sacrificio ci sia tropo grave... Siate ferventi nella preghiera, ardenti nella vicendevole carità: Dio e Maria Ausiliatrice faranno il resto!»

All’arrivo di Mons. Fagnano, di sr. Angela Vallese e altre due sorelle a Dawson, per una visita all’isola, gli indigeni fuggono. Ma poi, piano piano, si avvicinano. Sr. Angela li guarda a uno a uno sorridendo, avvicinandosi e aprendo loro le braccia come una mamma. Più tardi dirà: “Erano vestiti come tanti S. Giovanni Battista!...”
Gli indigeni studiano le missionarie! Incoraggiati dal loro sorriso, vogliono vederle da vicino, toccarle, ma con i piedi sono pronti alla fuga. Troppo mistero racchiudono quelle tre figure bianche e nere. Sono uomini, sono donne, sono pinguini?
“Kasteciaci?” (uccelli pinguini), domandano.
“No”, risponde Monsignore Fagnano, “madri buone”.
“Ah!...”
Ed allora le donne prendono per mano le Suore e le accompagnano a visitare i loro miseri toldi: capanne circolari in cui vivono in stretta comunanza uomini e cani, i preziosi compagni di caccia degli indigeni.
Da quella visita, sr. Angela Vallese porterà con sé la certezza che Dio la chiama a sacrificarsi tutta per salvarli!
Dio la chiama ad essere “Madre buona”!


«Guardate come loro... amano!» 
Sr. Maike Loes 

Rivisitando la comunità dei primi cristiani, sostiamo a contemplare uno scenario dove tutto ha un punto di partenza, una ragione di essere e una meta da raggiungere: l’amore fraterno. Un amore suscitato dalla scoperta e dall’incontro con Cristo. Gli Atti degli Apostoli raccontano che tutti «erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. [...] prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune [...]. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». (Atti 2, 43 - 48s)
I primi cristiani erano riconosciuti e stimati per l'amore vicendevole. Si diceva di loro "Guardate come si amano" e i pagani si convertivano perché vedevano la bellezza e l'importanza del loro volersi bene. L'amore si vede, non è virtuale, è più che reale. I pagani vedevano i cristiani a vivere l'amore di Dio e l'amore del prossimo, a realizzare cioè il comandamento di Dio, e si sentivano attratti. L’annuncio del Vangelo si compie attraverso l’amore concreto, tangibile, visibile.
Rivisitando la Prima Spedizione missionaria FMA (Mornese – 1877), contempliamo una comunità in partenza con l’unica motivazione di portare l’amore di Dio in una terra lontana, alla Patagonia “terra promessa”, alla gente che ancora non conosceva Gesù.
Questa comunità, guidata da una giovane FMA – Sr. Angela Vallese -, aveva in comune due bauli che contenevano tutta la loro ricchezza; due dipinti di Maria Ausiliatrice (uno “rubato” dalla sagrestia di Valdocco e benedetto da don Bosco e l’altro – diciamo - “preso in prestito” dal Collegio di Mornese da don Costamagna); oltre l’ansia di andare in America ad evangelizzare gli indigeni: «la gioia di evangelizzare»...
È impossibile pensare ad una comunità senza la missione e alla missione senza una comunità. Così come non possiamo pensare a sr. Angela Vallese - di cui ricorre il centenario della morte (1914 - 2014) - senza la sua comunità, e pensare alla comunità senza sr. Angela Vallese, pioniera nella Patagonia e nella Terra del Fuoco, la prima in tutto: nell’amore evangelico, nel distacco da sé, nel pensare agli altri, nel capire il bisogno altrui, la sofferenza di chi è spogliato, emmarginato, sfruttato.
«L'annunzio non è mai un fatto personale». L’annunzio è frutto di una comunità che vive «radunata nel nome del Signore», che prega e lavora insieme, che condivide le gioie, le speranze, le sofferenze… la quotidianità.
È all’interno di una comunità e con la comunità che sr. Angela Vallese scrisse la storia dell’Istituto delle FMA nel continente americano. La comunità di sr. Angela Vallese, come la comunità dei primi cristiani, compiva segni e prodigi, strappava lo stupore a chi la guardava; condivideva non solo il pane ma anche la povertà, godeva la simpatia degli indigeni, soprattutto delle bambine e delle donne, e ad essa si aggiungevano altre persone.
Pensiamo a Laura Rodriguez, la prima FMA dell’America. Laura fece il suo ingresso nell’Istituto a Villa Colòn (Uruguay), in una casa di molta povertà ma tutta impregnata dell’amore di Dio, che traspariva dallo sguardo dolce e fermo di suor Angela Vallese, direttrice di quella prima comunità FMA in America. Era il 14 maggio 1878. «Il giorno successivo, con quella postulante, segno tangibile della feconda benedizione di Dio sull'Istituto, la piccola comunità poteva iniziare con un fervore di primizia la novena alla Madonna Ausiliatrice. Anche in America il 'monumento vivo' stava per porre il suo fondamento stabile. Naturalmente, il postulato di Laura fu tutto alla scuola di madre ValIese e delle sue giovani sorelle: scarse parole e solida testimonianza. Laura imparò a cercare in tutto solo il piacere di Dio, ad amarlo nel fervore del sacrificio, nell'ansia insaziabile di portare al suo Cuore di Padre tante fanciulIe: imparò a fare del lavoro un'incessante preghiera, ad abbandonarsi con fiducia  in Maria Ausiliatrice, che delI'Istituto è la Madre tenera e l'Educatrice sapiente».
Dopo pochi mesi, l’8 settembre, Laura Rodriguez faceva la sua professione religiosa diventando così la prima FMA in terra americana. «Madre Vallese, fedele a seguire tutto ciò che aveva visto fare a Mornese, volle che per la cerimonia non mancasse il bianco vestito nuziale. Ma come provvederlo? Si ricorse al ripiego di un camice sacerdotale, opportunamente adattato sotto l'ampio velo bianco. Quel camice parve assurgere alla belIezza di un simbolo, come verrà poi ricordato alla morte di suor Laura».
E che dire delle quattro bambine orfane, della tribù onas, portate da Mons. Fagnano dopo un viaggio nella Terra del Fuoco e consegnate alle cure di sr. Angela Vallese e comunità? Le bambine erano rimaste sole dopo momenti di terrore e confusione: uomini bianchi, spari, sangue, morte, fuga... Tra loro, la piccola Luisa Peña, la cui vita si placa e si trasforma a contatto con sr. Angela Vallese, l’unica capace di capirla anche senza dire una sola parola. Basta lo sguardo, la pazienza materna, la protezione donata, la presenza vigile che calma e infonde coraggio e fiducia.
Con sr. Angela Vallese e Mons. Cagliero, nel settembre 1887, Luisa Peña si imbarca per l’Italia. Le notizie sulla salute di Don Bosco sono molto preoccupanti e i missionari desiderano dare a Don Bosco la soddisfazione di vedere di persona i frutti della missione nella sua sognata Patagonia. Sarà quella bambina onas a regalare in un attimo tutta la Patagonia a Don Bosco, soprattutto quando gli rivolge alcune, poche parole in italiano: «Vi ringrazio, carissimo Padre, di aver mandato i vostri missionari a salvare me e i miei fratelli. Essi ci hanno fatto cristiani e ci hanno aperto le porte del cielo».

Sr. Angela Vallese, donna di comunione, di comunità

Salesiani e FMA arrivano nella Patagonia il 20 gennaio 1880. Suor Angela Vallese, suor Giovanna Borgna, suor Angela Cassulo, suor Caterina Fino sono le prime Figlie di Maria Ausiliatrice, e le prime suore, giunte nelle terre dei «sogni misteriosi», tra gli indi e le tribù da conquistare al regno di Dio.
È il quotidiano vissuto in umiltà e servizio che rivela la grandezza di sr. Angela Vallese, una donna consacrata che ha fatto della comunità «non una dimora stabile, ma una base di lancio», per portare in tutta la Patagonia e la Terra del Fuoco il “fuoco” dell’Amore di Dio.
Don Giuseppe Fagnano, partito per l’America nel 1875 e poi inviato da Don Bosco all’estremo sud del mondo, quando arriva a Patagones, prima di tutto unifica le due parrocchie di Carmen e Mercedes de Patagones che si fronteggiano sulle due sponde del Rio Negro e fonda un collegio per i bambini delle tribù indigene. Le testimonianze dimostrano che la missione mette davvero radici nel territorio con l’arrivo delle suore, più precisamente, con l’arrivo della comunità di FMA, animata da sr. Angela Vallese. Nel collegio, le suore istruiscono le donne e le bambine, le preparano al battesimo. Il numero delle alunne aumenta di anno in anno, e obbliga la comunità a trasferirsi in una casa più grande. Attesta Lino Del Valle, in un suo Studio, che “senza le suore... nella conversione della pampa e della Patagonia, le missioni salesiane avrebbero seguito la stessa sorte di quelle dei precedenti missionari...”. Senza la comunità sarebbe più difficile riconoscere le virtù di sr. Angela Vallese, e senza sr. Angela Vallese, la comunità sarebbe più povera di virtù. Anche don Costamagna, in una lettera a don Bosco in data 19 agosto 1879, dice fra l'altro: «Non mi sarei mai immaginato che le nostre suore ci potessero aiutare tanto in una missione. Non si sarebbe fatto davvero tanto bene alle donne e alle ragazze senza l'intervento delle suore. Al loro catechismo accorrevano, oltre le bambine, anche moltissime signore che pendevano dal loro labbro come da quello di un predicatore. Mentre noi sacerdoti eravamo chiusi in confessionale, le quattro suore stavano istruendo a una certa distanza, e ci mandavano i penitenti così ben preparati, che a molti venivano i lagrimoni doppi».
Sr. Angela Vallese, FMA catechista/evangelizzatrice è la stessa Sr. Angela prima in tutto, soprattuto nel sacrificio, nell’affrontare le difficoltà, il freddo, il vento pampero, il lavoro umile e pesante, la fame, il pericolo dei viaggi, il mal di mare, le tempeste furiose, la minaccia dei naufragi, le lunghe distanze, i conflitti tra i coloni e gli indigeni, l’incendio che distrugge la missione della Candelaria: lei e la sua comunità.
La comunità di sr. Angela è una comunità che lavora assai, e trova il tempo per la preghiera, per l’allegria e anche per il silenzio. Tutto è vissuto insieme, semplicemente insieme, senza bisogno di ordini. «È la consuetudine del quotidiano, l’operoso rispetto delle regole dell’obbedienza e della povertà: è questo che si vive e si trasmette alle bambine e ragazze, che imparano tante cose dai libri e dalle lezioni, ma soprattutto dalla vita accanto alle loro “madri bianche”».
Da Carmen de Patagones, il 6 ottobre 1880, Sr. Angela Vallese scrive a don Bosco una lettera a nome di tutte lasciando trasparire lo spessore di vita di una comunità in missione, il desiderio di annunciare il Vangelo e di raggiungere la meta: la santità. «Prima di chiudere questo foglio vorrei pregare la S. V. di un favore, anzi di due. Ci raccomandi in modo speciale a Maria Ausiliatrice, nostra dolcissima Madre, affinché, mentre siamo venute in questi lontani paesi a far conoscere il nostro celeste Sposo Gesù, Gli rimaniamo fedeli sino alla morte. Noi tutte quattro desideriamo di farci sante, e speriamo di riuscire, se Lei prega per noi.»
Noi tutte... la nostra comunità...!
A questo punto, va bene aggiungere quanto ha scritto a don Bosco il direttore della missione nella Patagonia, don Fagnano, il 5 settembre dello stesso anno: «Le suore Le scriveranno anch'esse. Di loro debbo dire che lavorano con coraggio virile, e sono molto amate dal popolo». Don Fagnano, con queste sue parole, esprime indirettamente da quale sorgente  provengono  la forza e il coraggio di Sr. Angela e della comunità, la loro “capacità di amare e di farsi amare”. Tutto viene da Gesù, niente fuori di Lui, tutto per Cristo, con Cristo e in Cristo. “Guardate come loro amano!”
Nel 1881, la notizia della morte di Madre Mazzarello raggiunge la «cara e preziosa Patagonia» con molto ritardo. Il motivo, lo possiamo immaginare: per arrivare in America si viaggiava in nave e le comunicazioni avvenivano tramite lettere.
Il 2 ottobre 1881 arrivano in Italia le notizie della comunità di sr. Angela Vallese: una lettera scritta nel mese di agosto da sr. Giovana Borgna, intrepida missionaria e braccio destro di sr. Vallese fin dagli inizi delle missioni della Patagonia. La lettera non parla di altro che del loro dolore incommensurabile per la morte di Madre Mazzarello. «Non siamo proprio in capo al mondo? La notizia che in Italia é volata a metà maggio, da noi non é venuta che in questi giorni, in poche parole telegrafiche ... Era il momento di andare in cappella per la lettura spirituale; e don Fagnano, con un volto che non era più il suo, con molta carità e prudenza ci ha comunicato la dolorosa notizia. Siamo corse tutte in chiesa a piangere e a pregare, senza trovare conforto che nella volontà di Dio. La nostra direttrice [Angela Vallese], tanto santa e tanto umile, piange "come una Maddalena", e noi le facciamo buona compagnia, perché fra tutte siamo un cuor solo e un'anima sola
Questa è la comunità di sr. Angela Vallese: vive nell’unità, condivide le gioie e le pene; nel dolore le sorelle si incoraggiano a vicenda, soffrono e piangono, si sostengono; è una comunità ritratto della comunità dei primi cristiani: un cuor solo, un’anima sola! “Guardate como loro... [si] amano!” 

Durante una visita all’Isola Dawson, di cui Mons. Fagnano ha ottenuto dal governo cileno la concessione in uso gratuito per venti anni, Sr. Angela Vallese e le sue consorelle salgono a cavallo per esplorare le zone aride alla ricerca dei loro “poveri, cari indi” dispersi. Affrontano le montagne, si addentrano nei boschi, trovano ostacoli che impediscono il passo all’animale, poi… corrono giù verso il mare dove gli indigeni si nascondono a piccoli gruppi. Per gli indigeni, vedere le suore era una novità spaventosa: donne vestite in nero, gonfie di maglie per proteggersi dal freddo e dal vento, a cavallo, in una regione così piena di pericoli e sfide. Niente di meglio che avvicinarsi con un sorriso e con una comunicazione fatta di gesti ... I giorni vissuti all’Isola Dawson riempiono di racconti le serate della comunità e senza dubbio sono il carburante per la preghiera e per una vita consumata e consegnata senza riserve e calcoli.


« Dove sono due o tre riuniti nel mio nome … » 
(Mt 18, 20)
Sr. Maike Loes

Sr. Angela Vallese non parte da sola! Inviata in America come missionaria nel 1877, sr. Angela parte “con la comunità”. Insieme con lei, altre 5 FMA lasciano l’Italia verso la meta sognata: la Patagonia.

Tutti i sette miliardi di abitanti del mondo sono nati da una famiglia. Certo! Modelli diversi di famiglia ma sempre famiglia, cioè un gruppo umano di riferimento, dove si condividono le gioie, le speranze, le sofferenze… la quotidianità.
La famiglia è la culla del cuore umano la cui vocazione intrinseca è CON-VIVERE. Un convivere che va oltre al semplice stare insieme o accanto. «È nella famiglia che i giovani fanno le prime esperienze dei valori evangelici, dell'amore che si dona a Dio e agli altri» (VC 107). Nella Vita consacrata, l’esperienza di famiglia è il presupposto per la vita comunitaria, per quel convivere «radunate nel nome del Signore».
Infatti, le nostre Costituzioni (cf C 49) dicono che «vivere e lavorare insieme nel nome del Signore è un elemento essenziale della nostra vocazione» la quale è vissuta «come risposta al Padre che in Cristo ci consacra, ci raduna e ci manda» (C 8). «Ogni nostra comunità è adunata nel nome del Signore per un disegno di amore e di salvezza» (C 163).
Gesù, quando chiama i suoi discepoli, li raduna in comunità perché essa è sempre portatrice della forza dell’annuncio, un annuncio che parte dal vissuto, dalla testimonianza e poi diventa Parola - con o senza parole: Parola di salvezza per l’umanità.
Gesù, dopo aver radunato i suoi in comunità e fatto fare loro “l’esperienza di famiglia”, li invia «due a due avanti a sé in ogni città e luogo…» (Lc 10, 1). E aggiunge: «Andate: ecco io vi mando…» (Lc 10, 3).
La novità della Pentecoste conferma con più intensità ancora quanto sia importante trovarsi riuniti in comunità condividendo la risposta a una chiamata: lo Spirito trasforma i discepoli «da uomini paurosi in ardenti missionari, che, pieni di coraggio, portano per le vie del mondo il lieto annuncio di Gesù risorto» (Atti CG XXII, 33).
I documenti della Chiesa - dopo il Vaticano II - richiamano proprio questo: l’annuncio diventa più convincente quando è fatto in comunità. «L'annunzio non è mai un fatto personale». Anche se un missionario va da solo… va sempre in nome della comunità, egli è inviato dalla comunità. «Il missionario è presente e opera in virtù di un mandato ricevuto e, anche se si trova solo, è collegato mediante vincoli invisibili ma profondi all'attività evangelizzatrice di tutta la Chiesa. Gli ascoltatori, prima o poi, intravedono dietro a lui la comunità che lo ha mandato e lo sostiene» (cf RM 45).
«In quanto membro di una specifica comunità la Figlia di Maria Ausiliatrice è un’inviata» (C 64), in qualunque stagione della vita, chiunque sia il servizio e la missione a lei affidati.
La nuova visione della missione ad gentes esprime essenzialmente un modo di vivere la missione di Dio-Trinità. Per cui, la missione ad/inter gentes è sempre comunitaria.
Nella logica della spiritualità missionaria la comunità è il focolare dell’annuncio, è «la casa che con i giovani evangelizza».
La prima comunità di Mornese è stata, lungo il tempo, l’esempio vivo di una comunità «Casa dell’Amore di Dio!». Una comunità non senza povertà, tensioni, morti premature, difficoltà varie … ma dove si respirava aria di casa. Infatti, D. Giacomo Costamagna la denominava «casa della santa allegria!». Le prime FMA ricordavano che «anche le pareti parevano spirare felicità!». D. Bosco, nel luglio del 1873, ospite a Mornese, descrisse così l’ambiente: «Qui si gode molto fresco, sebbene vi sia molto fuoco di amor di Dio». (Cronistoria vol. 2)

Una comunità «per» Dio e «di» Dio!

È questa la comunità, quella del 1875 - l’Istituto aveva appena tre anni di fondazione! -, che accoglie Angela Vallese, una giovane ventunenne che dopo aver sentito parlare di Don Bosco capisce dove Dio la vuole. È questa comunità che l’ha riceve, coltiva il suo essere giovane/donna e la prepara per essere una giovane-donna-FMA tutta consacrata al Signore e al bene della gioventù. È la prima comunità di Mornese che scopre e sviluppa la ricchezza personale di Angela – le sue virtù – e la stimola a percorrere un cammino di santità con sapore di quotidiano: lo straordinario nell’ordinario!
Facendo memoria della comunità di Mornese, D. Costamagna testimonia: «Io ho passato a Mornese i tre più begli anni di vita mia, e ciò perché quella casa era veramente santa: la casa della fondazione.» (Maccono vol. 2). E prima di partire per l’America, così scrisse: «… faccio il primo passo e do il mesto addio a questa santa casa, dove per tre anni e più la misericordia di Dio mi volle mettere sotto occhio tanti buoni esempi, di cui non ho approfittato» (Cronistoria vol. 2).
È questa la comunità formatrice delle prime missionarie; una comunità dove erano visibili i frutti dello Spirito, il primo e vero formatore: amore, gioia, pace, benevolenza, bontà, fedeltà, pazienza, mitezza, dominio di sé.
Una comunità dove lo spirito primitivo viene così descritto da M. Enrichetta Sorbone: «grande obbedienza, semplicità, esattezza alla Santa Regola; ammirabile raccoglimento e silenzio, spirito di orazione e di mortificazione; candore ed innocenza; amore fraterno nel conversare, gioia e allegria così serena che pareva un ambiente di Paradiso. Non si pensava, né si parlava che di Dio e del suo santo amore, di amare Maria, S. Giuseppe e l’Angelo Custode, e si lavorava sempre sotto i loro dolcissimi sguardi, come fossero lì presenti e non si avevano altre mire. Come era bella la vita!» Una comunità dove le persone vivevano «per» Dio e «di» Dio.
Dopo appena due anni vissuti a Mornese, con un piccolo drappello di questa comunità, insieme a D. Costamagna ed altri Salesiani, sr. Angela Vallese sale a bordo del Savoie nel porto di Genova il 14 novembre 1877. Angela non parte da sola!
Questo partire insieme la incoraggia ad essere protagonista di una vita missionaria generosa, disponibile al dono di sé, pronta al sacrificio, umile, audace, imbattibile - come il vento della Patagonia – nell’affrontare numerosissime difficoltà. E quante ne ha affrontate lungo i suoi 36 anni di vita missionaria!
Sr. Angela Vallese, con la sua “comunità partente” – Sr. Giovanna Borgna, Sr. Angela Cassulo, Sr. Angela Denegri, Sr. Teresa Gedda e Sr. Teresa Mazzarello – ha portato in America lo spirito di Mornese che aveva come lievito lo spirito di famiglia. Quello spirito che ci fa riconoscere ancora oggi che «siamo radunate nel nome del Signore». Siamo chiamate e inviate da Lui per portarLo in tutto il mondo, a tutte le genti. Le FMA, per vocazione, si impegnano a portare oltre qualsiasi frontiera geografica lo spirito di Mornese, lo spirito di famiglia, lo spirito della “casa che con i giovani evangelizza”. Mai da sole… sempre e dovunque con la forza e la testimonianza della comunità che fa del «CON-VIVERE» l’annuncio profetico ed efficace dell’amore di Dio per tutti!
In una delle sue lettere alle missionarie della casa di Buenos Aires – Almagro, Madre Mazzarello esorta le sorelle a vivere unite, e «quando vi separerete, state attende che non si separi lo spirito, siate sempre unite col cuore.» (L 29).
Da sorella e madre Maria Domenica Mazzarello intende dire: tutto quanto si vive in una comunità sia vissuto anche nelle altre, se vogliamo veramente «conservare lo spirito della nostra cara Congregazione»: lo spirito di Mornese.
Secondo un autore moderno, «la comunione è la prima forma di missione». Sr. Angela Vallese, nella lontana America, ha fatto della comunione il suo primo comandamento. Come Direttrice e poi come Visitatrice, ebbe sempre uno sguardo materno, di tenerezza e di presenza sollecita verso le sue consorelle, verso la “comunità-comunione”. Parafrasando l’Enciclica Redemptoris missio, possiamo affermare che sr. Angela Vallese molto presto aveva capito che si è missionarie prima di tutto per ciò che si è, come comunità che vive l’unità nell’amore, prima di esserlo per ciò che si dice o si fa (cf. RM 23).
«Quando i giorni erano chiari, da Punta Arenas si vedeva in lontananza l’Isola Dawson. Sr. Angela Vallese allora sostava guardando e pensava: “Cosa faranno le mie figlie? Staranno bene?”» Dalla finestra, un cuore missionario varca lo Stretto di Magellano e veglia e pensa e prega… mantiene viva la comunione e per questo evangelizza!

* * *

Il 2 febbraio 1883, Sr. Angela Vallese scrisse una lettera a D. Cagliero, raccontando le notizie dell’America, soprattutto parlando delle ragazze, del loro impegno negli studi e anche delle difficoltà, perché alcune avevano “la testa dura”. In un modo molto semplice, parla del Sistema preventivo, dell’uso del «premiare gli sforzi del buon volere nello studio, nel lavoro e nella condotta». Dimostra il desiderio di una visita, sia quella di D. Cagliero, sia quella di Madre Caterina Daghero. Quando si rende conto dell’impossibilità che si realizzi questo desiderio, assicura che il conforto della comunità è «avere Gesù tutto e sempre per noi; Egli non ci lascia mai. Ah, che almeno possiamo amarlo tanto e farlo amare dalle figliuole che Egli per questo ci manda in questa casa!». Alla fine di questa lettera, sr. Angela invia un ricordo speciale al «venerato padre don Bosco», pregandolo di volerle benedire «come sue prime e povere missionarie della Patagonia».

Questa lettera, scritta con i colori del vissuto di una comunità missionaria arriva ad un’altra comunità, quella di Nizza Monferrato, che dal febbraio 1879 ospita la sede centrale dell’Istituto. La lettera viene letta perché così si rafforza ancora di più lo spirito di famiglia con chi è lontana. Alla fine, le sorelle che «già sospirano la vita missionaria» comunicano tra di loro che «dalla semplicità di suor Angela Vallese traspare il buono spirito della sua comunità».

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«Eccomi, manda me!» 
(Is 6, 8)
Sr. Maike Loes

La FMA chiamata alla vocazione missionaria ad gentes si impegna a rispondere sì con la vita e con la generosità del «vado io» (cf C 32), a rinnovare l'identità carismatica, a vivere con radicalità la Parola, a ravvivare l'ardore missionario perché le/i giovani "lontani" di tutto il mondo, con meno possibilità umana abbiano vita.

Ogni vocazione missionaria nasce dalla Missio Dei. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16). Per questa ragione, ogni vocazione missionaria ha le sue radici e il suo fondamento in Gesù, Parola del Padre. Col desiderio di radunare insieme tutti i figli dispersi (cf Gv 11,52), Gesù consegna ai suoi discepoli il mandato missionario, dimostrando in parole ed opere che Dio è amore: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15).
Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa – popolo di Dio -, si riconosce missionaria, ad immagine della Trinità da cui scaturisce la sua vocazione missionaria ad gentes, cuore della sua identità.
L’impegno di diffondere la fede appartiene a qualsiasi discepolo di Cristo. Egli chiama tra i suoi discepoli quelli che vuole, perché vivano nella sua intimità e portino al mondo la buona notizia del Regno. Per mezzo dello Spirito Santo, che distribuisce come vuole i suoi carismi per il bene dell’umanità, ancora oggi egli accende nel cuore di tanti uomini e donne di buona volontà la vocazione missionaria e affida loro il compito dell’evangelizzazione (cf AG 23; RM 65).
La vocazione missionaria è, dunque, una vocazione speciale. Dio prepara accuratamente il cuore di un missionario/a perché sia nel mondo espressione visibile del Suo amore. Pertanto, il missionario/a è un uomo/donna di carità, che annuncia più con la vita che con le parole che ogni persona è amata da Dio e che siamo fatti dall’Amore e per l’amore. La carità di un missionario/a si rispecchia in Gesù: è capace di dare la vita fino alla fine. Un missionario/a è dotato di un cuore universale, perché come Gesù, riesce a superare le frontiere e le divisioni di nazionalità, etnia, cultura, ideologia, religione. Dentro di sé e attorno a sé fa spazio per tutti: non esclude, non cataloga, non divide, ma abbraccia, accoglie, si fa uno con e per gli altri.
Un missionario/a è un testimone, pur con i limiti umani. Vive con semplicità secondo il modello di Gesù, è segno di Dio e delle realtà trascendenti (cf RM 42 e 89). È un essere propositivo: passa dalle parole alle opere. Appartiene alla «chiesa del grembiule»1, vive la dimensione del servizio sempre, dovunque, a tutti!
Un missionario/a impara continuamente, ed impara con umiltà, a inserirsi nel mondo socio-culturale-religioso di coloro ai quali è inviato/a, assumendo la loro lingua, conoscendo le espressioni significative della cultura locale, scoprendo i valori presenti in quella realtà (cf RM 53).
La vocazione missionaria prima ancora di essere azione, è testimonianza e irradiazione, esige una specifica spiritualità, la comunione intima con Cristo. Il missionario, la missionaria, se non sono contemplativi, persone di preghiera, non possono annunziare Cristo in modo credibile. Il missionario/a è un testimone dell'esperienza di Dio (cf RM 26 e 42).
Oggi più che mai il mondo ha bisogno di missionari e missionarie contemplativi, che nell’ascolto della Parola, sappiano guardare il volto della gente e in essa contemplare il volto di Dio; che sappiano essere volto di Gesù, incarnato nella realtà, in questo mondo dove «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (GS 1).
Il missionario/a sa che la sua forza interiore gli viene dallo Spirito, è Lui la sorgente a cui attingere continuamente le proprie energie per adempire sempre e dovunque la volontà del Padre.
Le nostre Costituzioni, già al primo articolo, rivelano quanto il nostro Istituto è missionario: «Don Bosco ha fondato il nostro Istituto […] e gli ha impresso un forte impulso missionario». Per cui, «la dimensione missionaria - elemento essenziale dell’identità dell’Istituto e espressione della sua universalità – è presente nella nostra storia fin dalle origini». Cercando di mantenere vivo lo slancio missionario della prima ora, le FMA sono chiamate a lavorare per il Regno di Dio ovunque… nei paesi cristiani e in quelli non ancora evangelizzati o scristianizzati (cfr. C 6), «tra le popolazione a cui non è ancora giunto l’annuncio della Parola, perché possano trovare in Cristo il significato profondo delle loro aspirazioni e dei loro valori culturali» (C 75). La FMA, chiamata alla vocazione missionaria ad gentes, si impegna a rispondere sì con la vita e con la generosità del «vado io» (C 32), a rinnovare l'identità carismatica, a vivere con radicalità la Parola, a ravvivare l'ardore missionario perché le/i giovani "lontani" del tutto il mondo, con meno possibilità umana abbiano vita.

Chiamata ad una missione ad gentes, la FMA si lascia guidare da Maria, la prima Missionaria, la Stella dell’Evangelizzazione, per essere, come Lei, ausiliatrice tra le giovani e i giovani più poveri. Si lascia interpellare dalla Parola di Dio, meditata e pregata ogni giorno, per farla vita nell’esperienza quotidiana. Sente in cuore questo appello del Signore che è più forte di lei e perciò è decisa a vivere questa nuova chiamata quale paradigma della missione di Cristo per il Regno. In piena disponibilità o per sempre o anche per un tempo determinato (cf C 75 e Regolamenti 70).
È una sorella in cammino di formazione permanente. Donna aperta, flessibile, capace di relazioni serene nella comunità. Capace di confronto aperto, intelligente e propositivo. Ha assunto e integrato in maniera positiva le proprie radici familiari, culturali, ispettoriali, da cui procede e perciò stesso è felice.
Sa gestire in modo evangelico la sofferenza, la croce, il fallimento, i conflitti e i blocchi. Si sente felice là dove è, dove opera, con le persone con le quali vive e testimonia con franchezza e semplicità la radicalità delle proprie scelte.
È aperta alle necessità delle persone che le stanno accanto, apre occhi e orecchie alle chiamate che ogni giorno arrivano dai più bisognosi.
Apre il proprio cuore e quello dei giovani e della comunità ai grandi problemi dell'umanità, alle esigenze dell’evangelizzazione, e sviluppa in loro la capacità di dialogo con altre culture, religioni e gruppi umani appartenenti a minoranze etniche o agli esclusi.
Suscita nei giovani l'ardore della fede, che li trasforma in testimoni ed annunciatori credibili, provocando in loro una forte domanda sul proprio stile di vita, sulla loro capacità di impegnarsi: nel volontariato missionario, nei gruppi missionari e nell’animazione missionaria.
Con umiltà, sa accogliere e imparare dagli altri, felice di andare incontro agli altri e di ritirarsi perché loro crescano.
Sceglie la testimonianza evangelica in mezzo ai/alle giovani non credenti e maggiormente esclusi.

Angela Vallese: un episodio dell’infanzia ne rivela la vocazione…

Angela Vallese nasce l´8 gennaio 1854 a Lu Monferrato, un piccolo paese ma fecondo nel donare tante vocazioni alla Chiesa. Angela porterà in cuore per tutta la vita, il ricordo di questa grazia: essere nata nell’anno della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione.
La famiglia è povera materialmente, ma non le manca la ricchezza dei valori cristiani e dell’affetto.
Quando compie sei anni, conosce la gioia di poter frequentare la scuola, ma dopo quattro anni deve abbandonarla, perché la famiglia ha bisogno di aiuto economico, così che Angela impara il mestiere di sarta e sfida la povertà offrendo il dono del lavoro per sollevare i suoi cari.
Frequenta la chiesa del suo paese, insieme ai suoi genitori, come fanno tanti altri bambini. Ha circa sette anni, quando arrivano in parrocchia due missionari per parlare alla gente sull’Opera della Propagazione della Fede e della Santa Infanzia. Angela ascolta tutto con molta attenzione e rimane colpita dal fatto che esistono persone che ancora non conoscono Gesù e bambini bisognosi di aiuto. È la prima a offrirsi per fare la raccolta, immaginandosi come quel denaro servirà per guadagnare a Gesù i poveri bimbi trascurati, lasciati morire senza conoscerlo e senza essere battezzati.
Forse a causa del suo aspetto piccolino, tutta angelica, la gente dà a lei più offerte che alle sue compagne. Nel suo cuore, un’unica e spontanea preghiera: “Il Signore mi conceda di salvare tante anime quanti sono i soldi che ho raccolto!”.
Possiamo immaginare che Angela, in quel momento, intuisce bene cosa desidera fare da grande. Questo è già un primo segno di appartenenza al Signore, con il desiderio intimo di farlo conoscere e condurgli tanta, ma tanta gente!
In questo modo Angela, con un atteggiamento umile, allegro, docile e obbediente, abbraccia la vita così come si presenta. Nonostante sia soltanto una bambina, non ha paura del sacrificio, sa accettare i lavori più pesanti. E sa fare pure la catechista … Il parroco, conoscendo di quale stoffa è fatta, le affida l’insegnamento del catechismo ai suoi coetanei e ad alcuni persino più grandi di lei.
All’età di quindici anni comincia a frequentare il gruppo delle Figlie di Maria Immacolata. Sa coniugare la vita quotidiana con l’impegno nella virtù, la dedizione alla preghiera e il raccoglimento, che raccomanda con grande affetto anche alle sue sorelle minori, di cui si prende cura.
E arriva il giorno in cui conosce Don Bosco! Ormai ventenne scopre che questo sacerdote già di grande fama, ha aperto una casa di suore a Mornese. Angela non dubita: “Ecco dove mi vuole il Signore, lo sento!”.
Il 15 novembre 1875 raggiunge Mornese, dove trova l’Istituto, giovane di appena tre anni di vita. Madre Mazzarello accoglie con bontà materna questa giovane umile e semplice, che rispecchia nello sguardo l´innocenza del cuore. Intravede in lei un tesoro di virtù e di saggezza. I passi sono rapidi: il 24 maggio 1876 fa la vestizione e il 29 agosto dello stesso anno la prima professione. Un anno dopo, il 14 novembre 1877, con appena 23 anni, parte per l’America, come responsabile della prima spedizione missionaria FMA, piena di entusiasmo, contagiata dal clima spirituale missionario che si respira a Mornese. È arrivato il momento che il Signore le concede di salvare tante anime quanti sono i soldini che aveva raccolto da bambina, mentre partecipava al gruppo della Santa Infanzia.
Nei suoi 36 anni di vita missionaria, suor Angela ha saputo tradurre il vangelo in vita. “Chi comanda sia come colui che serve”, è il motto di una FMA donna dalle maniche rimboccate, instancabile, capace di affrontare viaggi, spostamenti, distanze, solitudine, distacchi, povertà, venti impetuosi e difficoltà di ogni genere. Donna di benedizione, è capace di benedire una terra sperduta e lontana, ormai diventata la sua patria del cuore: «Oh, benedetta Terra del Fuoco!».
«Nella storia della Chiesa, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede. La missione, infatti, rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l'identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni» (RM 2).
Noi, FMA, crediamo che soltanto l’Amore ci fa andare verso la gente. Per una FMA essere missionaria ad gentes è essere memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù. «È l’amore che spinge all’esodo e ad uscire da sé verso nuove frontiere per farsi dono: “L’amore cresce attraverso l’amore”» (Atti CG XXII n. 33).


1. “Io amo parlare della chiesa del grembiule che è l'unico paramento sacro che ci viene ricordato nel Vangelo. 'Gesù si alzò da tavola, depose le vesti si cinse un asciugatoio', un grembiule, l’unico dei paramenti sacri. Nelle nostre sacrestie non c'è e quando uno viene ordinato sacerdote gli regalano tante altre belle cose, però il grembiule nessuno glielo manda. E' il grembiule che ci dobbiamo mettere come chiesa, dobbiamo cingerci veramente il grembiule.” (Tonino BELLO, La Chiesa del grembiule, Ed. San Paolo, 1998).




Facciamo Memoria di…


che prima fra le prime aperse il solco dell’apostolato missionario delle Figlie di Maria Ausiliatrice

Profilo pubblicato nel centenario della sua nascita
8 gennaio 1854 — Lu Monferrato - 8 gennaio 1954

Un episodio infantile ne rivela la vocazione. A sette anni, scelta con altre coetanee ascritte alla Santa Infanzia, per raccogliere le offerte pro-missioni alla porta della chiesa, vede con gioia la sua cassettina riempirsi di monete. La gente, conquisa forse dal suo aspetto angelico, tutto luce di candore nell’abito bianco e più nello sguardo limpido d’innocenza e di bontà, è prodiga con lei; che a sera, versando la sua questua può esclamare soddisfatta: « Ho raccolto più io sola di tutte le mie compagne insieme!... ».
Ma subito, con la piccola compiacenza di bimba, uno slancio fervido e profondo: «Prego il buon Dio che mi conceda durante la vita di salvare tante anime quanti sono i centesimi che ho raccolti oggi!... ».
E il Signore ne compì il voto, dandole una messe d’anime assai più ricca di quella pur fortunata raccolta di sonanti e lucenti monetine!...
La sua vita?... Si schiuse entro i limiti del nativo Lu Monferrato, non meno fertile di vocazioni religiose e missionarie che di vigneti verdeggianti e di campi ubertosi, nella famiglia di lavoratori cristiani, ben presto segnata dallo stigma della povertà e del dolore. La futura missionaria cresce così temperata alla fatica, alla privazione e all’umiltà, unendo alla forza propria della natura monferrina, la dolcezza e la bontà del cuore generoso e delicatissimo.
Giovinetta è modello di virtù tra le compagne Figlie di Maria; e si rivela già tutta di Dio, legata a Lui dal voto di verginità, in attesa che le si apra la sua via...
Un giorno sente parlare di Mornese, di religiose fondate da Don Bosco; e il cuore le batte di commozione: e là che mi vuole il Signore — dice — lo sento! ».
Il Signore la vuole là davvero, poiché superati tutti gli ostacoli che le si frappongono, il 15 novembre 1875 è già a Mornese, dove trova l’Istituto, giovane di appena tre anni di vita, in tutto il suo fervore, e l’inconfondibile figura di Santa Maria Mazzarello che ne impersona lo spirito.
I passi sono rapidi nell’intrapreso cammino: il 24 maggio successivo la vestizione, e nell’agosto i santi Voti. Un anno dopo nel 1877, mentre attiva, serena, fervente, lavora per le anime nella breve cerchia mornesina, l’annuncio dato da Don Bosco della prima prossima spedizione di Figlie di Maria Ausiliatrice in America, la rende partecipe dell’irrefrenabile ardore missionario di cui è pervasa la Casa. Tutte s’affrettano a fare la domanda per partire; solo sei sono le prescelte; e prima d’ogni altra Suor Vallese, posta a capo del piccolo manipolo.
Eccola quindi con Maria Mazzarello a Roma ai piedi del Santo Padre, e pochi giorni dopo a Sampierdarena, a bordo del Savoia che si sta allontanando, mentre dalla riva Don Bosco traccia l’ultimo segno di benedizione, e Madre Mazzarello manda alle partenti il suo ultimo saluto. Il sogno lontano della bimba settenne si realizza...
Umili gli inizi della nuova vita in Villa Colón presso Montevideo, in un lavoro indefesso, nascosto, sacrificato, accanto al Collegio salesiano: non è però disgiunto dall’azione diretta tra le anime, nella via segnata da Don Bosco anche all’attività missionaria: la gioventù povera... l’Oratorio festivo... E a pochi mesi dall’arrivo, coi primi frutti dell’apostolato uruguayano, anche la prima postulante americana che entra a far parte dell’Istituto.
Un anno dopo la giovane Direttrice apre la nuova Casa di Las Piedras, che dirige insieme a quella di Villa Colón.
Non è tuttavia ancora la missione propriamente detta; ma alcuni mesi dopo, all’inizio del 1880, eccola prima anche questa volta, a posare il piede in quella misteriosa Patagonia, additata dalla mente divinatrice del Santo Fondatore, e divenuta anelito d’ogni cuore salesiano.
In Carmen de Patagones rimane sette anni, seguendo anche la nuova Casa di Viedma, aperta sull’opposta sponda del Rio Negro nel 1884; e prodigando le sue cure agli indi tehuelches, ai «negritos» abitanti lungo le sponde del Rio, nonché ai civilizzati, troppo spesso immemori di ogni principio di vita cristiana.
Lì in Carmen ha pure i primi contatti con le indiette fueghine: quattro «onas» affidatele da Padre Fagnano, allora Parroco del luogo, di ritorno da una spedizione militare — a cui prese parte in qualità di Cappellano — alla Terra del Fuoco.
Sono queste preludio e caparra di un nuovo campo di apostolato a cui la Provvidenza la destina.
Alla fine di quello stesso anno, ritornata in Italia, vi conduce una delle quattro indiette, che Mons. Cagliero presenta a Don Bosco, procurando al santo vegliardo, ormai prossimo alla tomba, una delle ultime e più care sue consolazioni.
E al termine dell’anno successivo s’imbarca nuovamente a capo della Missione Magellanica, per iniziare a Puntarenas le Missioni delle Figlie di Maria Ausiliatrice in quelle gelide regioni australi.
Sostenuta e guidata dall’infaticabile Apostolo dei fueghini, Mons. Fagnano, in venticinque anni consecutivi, interrotti solo da tre viaggi in Italia in occasione del Capitolo Generale, vi compie miracoli di lavoro e di carità, e moltiplica le fondazioni di nuovi centri missionari.
Il primo è quello di «San Raffaele», aperto un anno e mezzo dopo il suo arrivo nella solitaria isola Dawson. Più tardi nominata Visitatrice della Patagonia Meridionale e delle Terre Magellaniche, fonda la Missione della «Candelara» a Río Grande; la seconda nell’isola Dawson dedicata al «Buon Pastore»; quella di Río Gallegos sulla costa argentina; l’Orfanotrofio della «Sacra Famiglia» a Puntarenas; la Missione di Port Stanley, nelle isole Malvine e di Porvenir nell’isola grande della Terra del Fuoco.
Nei diversi centri precede le sue Missionarie, e ve le accompagna poi dividendo con loro le dure asprezze degli inizi. Le serve in tutto quello che può, riserbando a sé la parte più gravosa del sacrificio; le avvia praticamente ai primi contatti con gli indi, che si accostano curiosi alle nuove venute, e sorridono di compiacenza nel vedere che così — in bianco e nero — assomigliano proprio ai loro pinguini... Sono yaganes, onas, alacalufes, che si presentano allo stato primitivo, avvolti nell’immancabile pelle di guanaco, sudici e ripugnanti quanto mai. Madre Vallese li accoglie festosamente, rassicura gl’impauriti, si accinge al difficile problema di lavarli, insaponandosi le mani e il volto sulla riva del fiume, perché vogliano imitarla... E quando lo spavento dell’acqua sembra in parte vinto, s’accosta pietosamente a prestare l’umile servizio e a pettinare quelle teste irsute di capelli unti di grasso di balena e carichi d’insetti. E lo fa delicatamente con amore e tenerezza di madre, lieta di vedere alla fine i suoi indi sorridere soddisfatti e guardarsi felici come rifatti in creature nuove.
Solo allora incomincia pazientemente, amorosamente a gettare il seme di un principio di fede... Tollera tutto, scusa tutto; pronta a ricominciare dopo le diffidenze, le ingratitudini e le fughe dei suoi cari protetti...
Coi pericoli, non mancano le sofferenze d’ogni genere: incendi che divorano le improvvisate Missioni, epidemie che decimano i poveri indi, penurie strettissime di mezzi e di viveri; lotte subdole e aperte di massoni e di protestanti che si accaniscono contro i Missionari... Ma tutto sopporta e tutto affronta: viaggi continui fra gl’intricati canali dell’arcipelago, più volte sul punto di naufragare; tappe forzate in porti malsicuri, scossa dolorosamente da tremiti di febbre; veglie e fatiche protratte spesso a lungo...
Per Dio e per le anime, prosegue impavida la sua via, sorridendo alla mèsse che si aduna in manipoli maturi; ai suoi buoni e amati indi che s’accostano alla mensa eucaristica col fervore di neofiti e muoiono da santi, favoriti da celesti visioni della Vergine Ausiliatrice e di Don Bosco, di Missionarie già passate alla gloria...
In mezzo a loro sarebbe stato caro anche a lei reclinare il capo stanco per l’eterno riposo; ma Dio gliene chiese il sacrificio. Ritornata in Italia per il VII Capitolo Generale del 1913, affranta dalle fatiche e dalle privazioni dovette fermarsi in Nizza Monferrato; e qui un anno dopo — il 17 agosto 1914 — «la dolce Madre degli indi fueghini» chiudeva santamente la sua apostolica vita, con segni di predilezione divina, rivolto il pensiero e il cuore alle spiagge magellaniche, dove cuori affezionati ne sospiravano ancora il ritorno...


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